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L’opinione è un diritto o un dovere?

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Sia la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 che tutte le democrazie del mondo, si fondano su un principio cardine (oltre a quello dell’inviolabilità della vita) che è quello della libertà di opinione e di espressione. Ciò che mi affascina sempre più nella storia dell’uomo è la strana simmetria (è forse un termine azzardato, ma si capirà perché tendo ad usare proprio questo) fra visione scientifica del mondo e quella umanistica. Apparentemente sono due modi completamente differenti di decodificare la natura, quasi contrapposti, ma nascondono in realtà molti punti di contatto. Proviamo ad analizzare il diritto di opinione dal punto di vista “umanistico”. Nella sua visione antropocentrica per il “solo” fatto di essere al mondo e di “avere un’anima”, ogni persona ha il diritto di esprimere sé stessa ed infatti è proprio il dialogo fra le singole unità che crea l’opinione comune, che a sua volta genera la morale e poi l’etica. La determinazione di ciò che noi diamo per scontato nello stabilire cosa sia buono o cattivo, giusto o sbagliato, bello o brutto, è proprio il risultato di un’interazione (a volte poco verbale!) di popoli (singoli, tribù, città, paesi) che misurandosi tra loro, con le proprie convinzioni (opinioni) hanno generato per diritto di prevalenza (che in democrazia si chiama maggioranza) prima il costume, poi il giudizio comune, ed in fine la morale. Se pensate a questo come ad un processo selettivo, non è altro che la teoria darwiniana traslata ai comportamenti umani. Ed ecco che proprio come stabilisce Darwin, la Natura crea una moltitudine di varianti (opinioni) affinché possa prevalere per selezione naturale quella più adatta all’ambiente in cui si trova. Quindi il diritto di pensiero e di espressione è tanto naturale quanto potentissimo, è ciò che stabilirà ogni criterio all’origine di ogni Costituzione e ogni singola legge. Questo breve preambolo mi serve per arrivare al nocciolo della questione. In natura non vince l’insetto più bello se la bellezza non serve a tenerlo in vita, ma vince quello che si adatta all’ambiente. È evidente a tutti che la Natura ci ha regalato le farfalle ma anche l’insetto stecco e noi non dovremmo mai pensare di essere “farfalle” solo perché ci riteniamo i più belli, il nostro giudizio è il risultato della nostra storia, del mutamento del senso comune rispetto a ciò che riteniamo sia bello o giusto nel nostro habitat (epoca). Questo per arrivare alla riflessione conclusiva. L’era consumistica di cui siamo figli, che ha identificato nel denaro il generatore di tutti i valori, sta mostrando oggi tutti i propri limiti e siamo ai primi vagiti di un nuovo pensiero, ai modi ed al significato stesso della nostra esistenza. Ciò che conta non è tramandare il nostro senso del dovere o la nostra etica del lavoro, sta cambiando l’ambiente e dovranno cambiare anche i costumi e la morale, si adatteranno, con buona pace di tutti i nostalgici a cui non resterà che dire “si stava meglio quando si stava peggio”.   Quello di cui dovremmo preoccuparci è di consegnare tutti gli strumenti affinché la “selezione darwiniana” che darà origine (speriamo democraticamente) alla prossima morale, sia la migliore possibile. Questo dovrebbe essere il nostro lascito. Il nostro DNA utile. Ma non dovremmo fare l’errore di voler indirizzare il processo, neanche se spinti dalle migliori intenzioni, sarebbe molto più facile ma viziato dal nostro modo di percepire il mondo, con la nostra morale, e quindi sbagliato. Immaginiamo di voler arginare la prossima piena di un fiume, che ricordiamo negli anni aver fatto danni incalcolabili. Anche se facessimo costruire gli argini più alti e resistenti, non servirebbero a nulla nel momento in cui il fiume cambiasse improvvisamente il suo alveo.  Quello che possiamo fare è insegnare tutto ciò che abbiamo imparato nella costruzione degli argini e raccontare tutti i pericoli che possono arrivare dalle piene del fiume. In una parola: educare. Ecco quello di cui dovremmo preoccuparci. Invece lasceremo un mondo colmo di risposte al come si fanno le dighe, ma neanche un misero post-it sul perché.

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