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Giorno dopo giorno…

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In un Paese del Nord, su un vecchio orologio a sole di una vecchia casa, occhieggia, incerta e sbiadita, una severa scritta: “Io sono un’ombra, e ombra sei anche tu. Io tengo conto del tempo, e tu?”

Tanto si detto e scritto sul tempo, l’essenza più misteriosa di cui possiamo avere qualche sensazione, che solo il pensiero di farlo ancora richiama alla mente suoni e immagini di percorsi già noti, di strade già battute.

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Tutta la nostra vita, o meglio tutto il “tempo” della nostra vita sembra riecheggiare dei silenzi e dei clamori di una impossibile sfida, condotta indifferentemente con paura o arroganza, fiducia o disprezzo, sottomissione o ribellione, ma sempre comunque con qualche pesante lamentela e rivendicazione da rivolgere a questa sfuggente dimensione.

Sì, perché non vi è aspetto, dal consueto e quotidiano all’eccezionale e casuale, sul quale questo evanescente amico/nemico non influisca permeando e incidendo con forza: il tempo, si sa, cancella ricordi, delusioni, amarezze; il tempo ravviva e mette alla prova affetti, incontri; il tempo consola, è giustiziere e galantuomo; il tempo ci disorienta offrendoci un presente inafferrabile che subito ci proietta nel passato o nell’avvenire; il tempo rende diverso e unico ciascuno di noi, ma poi ci assimila e ci accomuna tutti nel momento cruciale; o, ancora, il tempo viene invocato per annullare qualunque limite ai momenti felici, quelli del “sempre”, o per imporlo, duro e inflessibile, a quelli del “mai”. Il tempo ignora i nostri scongiuri e si fa beffe dei tentativi di dominarlo, di rallentarne la corsa.

Eppure non c’è scienza, vera o presunta, che non abbia tentato di carpirne qualche segreto: dalle interpretazioni profonde della filosofia, al frazionamento convenzionale  della matematica, alla dimensionalità della fisica, alle percezioni paranormali dell’esoterismo.

Anche la grafica, che dell’uomo è il veicolo espressivo universale, libero da confini o da barriere,  ha tentato di penetrarne lo spirito, l’essenza, spesso riversandone i simboli in quelle costruzioni affascinanti, ma anche un poco inquietanti, che sono i calendari, guardiani inflessibili della ferrea legge del ‘giorno dopo giorno’.

E qui, sotto queste sembianze, il tempo, che non ha forma e che non riusciamo a riconoscere se non indirettamente dai suoi effetti e dai parametri di cui ci serviamo per esserne coscienti, diventa ‘visibile’, almeno nelle sue scansioni più ampie, apparendoci come una lunghissima, interminabile scalinata a “chiocciola”, in perenne e ciclico ritorno su se stessa, sulla quale possiamo cogliere, in una astrazione estrema, il nostro collocarci, il ‘nostro’ essere all’interno del ‘suo’ ritmico fluire.

Proprio in questo desiderio di visualizzare sta l’esorcismo più grande, quello che nel caleidoscopio di immagini e di simboli ripone il tentativo di colmare con suggestioni e segni umani la meno umana e la meno comprensibile delle dimensioni cosmiche.

Così, fra un ‘tempo’ e l’altro, da quello delle mele a quello del bastone per reggersi, l’uomo si affanna a ‘fissare’ e a imprimere sui calendari l’accaduto, ciò che è ormai passato, nell’intento di trasferirlo in qualcosa che sia tangibile, testimonianza visiva di ciò che, come un rapido fotogramma, potrà continuare a esistere soltanto nella fuggevole memoria della sua retina o della sua immaginazione.

Ma, ahimè, nemmeno il tempo resiste all’incalzare di se stesso, e così è di questi giorni la notizia che “la costruzione di una macchina del tempo’ non è preclusa dalle leggi fisiche finora note”, come affermano,  su un’autorevole rivista scientifica, tre astrofisici statunitensi impegnati a dimostrare la loro tesi con una serie di complicatissime equazioni.

Perciò, un po’ preoccupati per la sorte futura di un traballante “carpe diem” e in attesa di un non meglio precisato ‘calendario astrale’ corredato, sospettiamo,  da replay, ‘fermo immagine’ ed effetto moviola, affrettiamoci ad ammirare i reperti dei ‘primitivi’ calendari che ancora ci circondano, magari commentando, con un lieve sospiro, “come passa il tempo”!

Buon Anno a tutti!

Roberto Timelli

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