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Siamo tutti Mancini!

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…E non possiamo più permetterci di essere ‘maldestri’!

Naturalmente, come avrete capito, stiamo parlando di calcio e di un evento che ci da lo spunto per fare qualche considerazione più ampia e complessa.

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Ma partiamo dall’inizio che, almeno questa volta, è positivo!

La pandemia è stata per tutto, e quindi anche per il calcio, come lo storico attentato di Sarajevo, cioè l’incidente che ha fatto scoppiare il sistema, che ha reso evidente quanto tutto si reggesse, e si regga, su equilibri sottilissimi e instabili.

Per ironia della sorte, o per imperscrutabile  volontà superiore, proprio da Sarajevo ha preso il via definitivo e positivo un progetto, che in questo caso riguarda solo il gioco del calcio italiano, che potrebbe portare, come sta facendo da diversi mesi, aria nuova in un settore che si sta nel frattempo avvicinando alla resa dei conti, quelli veri, quelli economici.

Colta dunque con successo e merito  la storica occasione calcistica di entrare nella Final Four della Nations League, che ci vedrà competere con  Francia, Belgio e Spagna, l’Italia sarà anche sede (a Milano e Torino) del prestigioso evento decretando, altresì, il ritorno ufficiale della nostra Nazionale nell’Olimpo del calcio internazionale e la consacrazione di Roberto Mancini come il nuovo profeta e salvatore dell’Italia del pallone.

Tutto bene, dunque, almeno da questo punto di vista?

Sì, se consideriamo il gioco espresso dai nostri calciatori finalmente raccolti attorno ad un progetto che li vede tutti partecipi attivi e senza ritrosie rispetto ad impegni che richiedono sacrificio e fatica personali.

Tuttavia, a dar retta ad alcune fastidiose ‘sirene’, non sarebbero da escludere ‘tiri mancini’ orditi da interlocutori che stanno pensando al CT della nostra Nazionale come all’uomo della Provvidenza da acquisire a tutti i “costi”!

Ecco, questo non solo ci preoccupa ‘calcisticamente’, ma ci lascia perplessi se consideriamo che la scintillante e danarosa azienda-calcio non regge più, e non solo a livello nazionale, e che ilCoronavirus ha messo impietosamente a nudo un sistema economico che offre lo spettacolo di calciatori straricchi e società indebitate fino al collo proiettando un prossimo futuro riservato esclusivamente a chi disponga di colossali risorse extrabudget come gli emiri o gli oligarchi russi.

Se poi pensiamo che la linea ‘del Piave’ del 1° dicembre si sta avvicinando e che entro quella data andranno saldati circa 300 milioni di euro di stipendi proprio mentre i club, in forte sofferenza, litigano con i giocatori per ridurre gli ingaggi…

Inoltre, non è certo rassicurante per l’azienda calcio l’erosione di consensi che parte proprio dai più giovani, sempre più attratti dal mondo della connettività virtuale, a loro dire più ampia e modulabile in funzione dei gusti personali!

Dunque, dicevamo, in un contesto così poco felice per il futuro del movimento calcistico, ci preoccupa che ci sia ancora qualcuno che pur “perdendo il pelo, non perde tuttavia il vizio” delle spese folli e senza ‘pudore’ sociale.

Davvero non vorremmo, ora che il calcio è cambiato, che non si riuscisse a cambiare il calcio!

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