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“Il sistema“: come è cambiato…

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Come è cambiato il paradigma alla radice

Preliminarmente vale soffermarsi sul termine “sistema”, molto usato, spesso abusato al punto da dimenticarne la definizione: un sistema è un ambiente organizzato in cui a soggetti diversi ma complementari vengono assegnati compiti e funzioni (anch’essi diversi e complementari) atti alla realizzazione degli obiettivi e della missione del sistema stesso; un sistema è gerarchicamente incardinato e strutturato (non è un insieme di “pari”) e produce esiti ed effetti coerenti con la sua strutturazione, con la sua gerarchia e con la sua missione ed in genere allarga la forbice preesistente tra i diversi soggetti afferenti a seconda del loro ruolo gerarchico all’interno dell’ambiente organizzato.

Il sistema “Italia unita”, ad esempio, attribuiva al nord il ruolo di locomotiva trainante ed al sud quello di “serbatoio” (anche di competenze nonché fucina di classe dirigente) e mercato interno di destinazione dei prodotti.

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Il sistema “Europa Unita” è incardinato sulla Germania quale traino e “dominus” con funzione di fedele esecutore del progetto delle lobby finanziarie internazionali. Bisogna riconoscere il merito alla Germania, però, di aver radicalmente trasformato il suo sistema-Paese negli ultimi 20 anni, conformandolo mirabilmente al nuovo ruolo esercitato (o da esercitare) all’interno del sistema-Europa: si è impadronita delle attività e delle funzioni strategiche di tutto il sistema sia nel settore della produzione che in quello del terziario avanzato dettando le regole del gioco, determinando ed amministrando i flussi finanziari e controllando, di fatto, la BCE.

Il primo, evidente risultato di questo nuovo assetto di sistema è che il peso e la valenza del nord Italia, oggi, è del tutto secondario e subordinato nel sistema-Europa e non più trainante nel sistema-Italia.  Stante questo nuovo assetto, senza trasformazioni strutturali e senza una nuova visione ci sarà solo una accelerante disgregazione. Alcune profonde manifestazioni di diversità sono già evidenti tra nord-ovest e nord-est (Lombardia e Veneto, ad esempio) in costanza di segno politico amministrativo comune (Lega).

Ma c’è un terzo sistema con il quale fare i conti: quello finanziario globalizzato con la sua conseguente, imperante, monopolista cultura e filosofia liberista di amministrazione e gestione anche degli Stati. Negli ultimi 30 anni la ricchezza ed il potere sono ritornati completamente nelle mani di chi ha facoltà di generare danaro; che detta ed impone le sue regole del gioco; così il danaro crea altro danaro e, soprattutto, potere. Del tutto incondizionatamente. I media e le elite accademiche e scientifiche, completamente supini al potere ne sono gli amplificatori ed i ripetitori. Senza dignità e senza vergogna, pur di compartecipare alla riscossione delle briciole; soprattutto rimanendo in fila pazientemente in attesa del proprio turno di accesso al sottotavolo per raccogliere il prezzo (meschino) dei servigi resi.

C’è un aspetto da sottolineare, a proposito di “sistema”: è del tutto evidente che la dinamica, data come dogma, di funzionamento di uno Stato secondo la quale una comunità virtuosa con le sole entrate fiscali (nell’accezione più ampia) può e deve essere in grado di garantire il soddisfacimento dei diritti fondamentali ed il funzionamento tutto della macchina statale costituisce una enorme, provata menzogna. L’Italia è messa come è messa nonostante 30 anni di avanzo primario! Nessun altro Stato vanta un risultato come il nostro eppure…

Tutti gli Stati di primaria importanza (dagli USA al Giappone, alla Gran Bretagna ecc.) hanno un alto debito pubblico (di gran lunga superiore al nostro) che è fattore assolutamente fisiologico e non patologico a cui sopperiscono con semplici “clic” che generano danaro da parte delle rispettive banche centrali che esercitano una funzione sovrana a sistema di uno Stato sovrano.


Perché agire e perché ora?

Potrei dire “per i nostri figli – per le più giovani generazioni”: sarebbe nobile, giusto, saggio; ma probabilmente poco efficace. Fortunatamente c’è un fattore concreto, scatenante, perentorio: i dati ISTAT ci dicono che entro il 2023 circa  due terzi degli attuali lavoratori attivi andrà in pensione; l’INPS (e gli altri enti previdenziali), di conseguenza, incasserà due terzi dell’ammontare contributi in meno (anzi, più di 2/3 in meno poiché le fasce stipendiali a fine carriera sono più alte) e dovrebbe erogare pensioni per un ammontare pari a circa due volte e mezzo le attuali uscite. E’ più che evidente che non è possibile: sarà il default della previdenza e, di conseguenza, dello Stato. Aggiungete a questi dati quelli costituenti le ricadute sul debito dei prossimi anni delle misure intraprese dall’attuale governo con i provvedimenti di questi mesi (credito d’imposta che frutterà minori entrate, poste relative alle garanzie dello Stato alle banche irrisorie rispetto al dovuto, nessuna immissione di liquidità nel sistema Italia infartuato dal Covid con conseguenti minori entrate fiscali nei prossimi anni, annientamento di interi settori produttivi) e … fate la somma.

E’ evidente che senza prendere coscienza del cambiamento di paradigma e delle implicazioni culturali, sociali, antropologiche che esso ha comportato; senza sbugiardare subito e perentoriamente la narrazione del potere degli ultimi 30 anni almeno; senza consapevolezza delle implicazioni, dei fini, delle conseguenze dell’opera di Andreatta e Prodi (nelle politiche economiche, finanziarie ed industriali italiane), di D’Alema, Veltroni e Napolitano (ovviamente cito i giganti e non i nani); senza comprenderne il disegno complessivo ed a supporto di quali intenti ed interessi essi abbiano agito; senza ricordare le lezioni di Pasolini e Sciascia; senza riflettere sulle stragi (da Portella della ginestra a piazza Fontana, a quelle degli anni ’70 e ’80, a Falcone e Borsellino ed a quelle degli anni ’90); senza riflettere sulla vicenda Moro (ricostruendo dinamiche e contesti, connettendo persone ad azioni e/o omissioni); avallando ogni rimozione e cancellazione della memoria storica; senza destarsi da questa dimensione onirica nella quale ci siamo immersi consapevolmente ed inconsapevolmente negli ultimi 30 anni, organizzandoci ed agendo immediatamente; la nostra colpevole acquiescenza nelle prossime ore, nei prossimi torridi giorni, significherà per i più giovani, incolpevoli, la perdita del loro futuro; per noi, “over 45”, la perdita, colpevole, del passato, del presente e del futuro: 30 anni senza capirci nulla è davvero troppo!

Francesco Scala

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