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“Quando c’era Lui…”

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Libere riflessioni, senza polverose nostalgie.

E’ apologia di reato?

Ecco una locuzione, quella dell’apologia di reato, che, lo confesso, mi sta davvero perseguitando. E’ un pensiero che ricorre spesso, nella mia mente, alla ricerca di una concreta definizione che non riesco tuttavia e mettere a punto.

Quali sono i confini di questa forma di reato e quali sono i termini reali oltre che logici e giurisprudenziali?

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Vogliamo provare a fare insieme questa analisi? Vi sarò grato se vorrete rispondere a questo mio scritto con qualche vostra considerazione.

Dunque, come si dice, e spero che non siano frottole, siamo attualmente in uno Stato democratico, che significa, fra l’altro, libertà di parola e libertà di opinione. E così dev’essere.

Uno Stato democratico, proprio perché è tale e tale vuole rimanere, non può prescindere proprio da quei diritti che la democrazia assicura e tutela.

Il diritto, per sua stessa e intrinseca natura, porta con sé un altro assioma che lo rende reale e concreto: la certezza del diritto!

Fin qui, tutto logico e inoppugnabile, tenuto conto che il nostro Paese è anche la patria, col diritto Romano, del diritto moderno. Però proprio su questo pilastro anche etico del diritto democratico incomincio ad avere le prime perplessità alimentate, giorno dopo giorno, telegiornale dopo telegiornale, dalle innumerevoli sentenze di giudici, sicuramente sopra le parti oltre che integerrimi professionisti, a parte, com’è logico, qualche fisiologica mela marcia. Sentenze, dicevo, che sono contrarie a qualunque logica razionale e, forse, anche di giustizia, che del diritto dovrebbe essere il grande principio informatore. Ecco allora fare capolino nella mente di molti come me, cioè fra la gente comune, una invocazione tanto disperata quanto istintiva e liberatoria: quel nome che inizia per M e che solo a pronunciarlo evoca nefandezze e pericoli per noi, per il Paese, per l’Universo intero.

Ora, sia chiaro, di nefandezze oltre che di errori clamorosi, quel M ne commise davvero tanti, e non v’è nulla di nostalgico nell’evocarne le gesta, anzi! Ma non dovrebbe nemmeno essere un tabù ricordare quel po’ di utile e positivo che tanto affascinò a quei tempi.

Dunque, dicevamo, allora era ben chiaro e si riusciva a capire, sia pure con i limiti di un certo addomesticamento del diritto alla ideologia imperante, che cosa fosse lecito e che cosa non fosse lecito fare.

Certo, quando i grandi confronti giudiziari prevedevano l’intromissione dell’ideologia del regime, la giustizia ne usciva regolarmente con le ossa rotte, tuttavia, pur nella sua distorsione il diritto e la sua certezza erano chiari.

Perché, ora, non siamo in grado di riappropriarci della nostra società facendo riferimento a regole e a certezze del diritto che ci facciano sentire tutelati e non sempre in balia dell’estro e dell’interpretazione anche arbitraria di chi le regole dovrebbe farle rispettare?

Sono troppe, si dice! Confliggono spesso fra loro…!

Allora, riduciamole, riprendiamo i principi di base del buon convivere civile e da lì partiamo per dare a tutti, a prescindere da razza e censo, un riferimento quasi prevedibile anche dai non addetti ai lavori.

Solo così, con leggi e sentenze che anche la gente comune potrebbe genericamente pronunciare e adottare, si potranno evitare le sentenze del tutto arbitrarie e ingiuste che un corpo legislativo complesso e contradditorio rende imprevedibili e inintelligibili quando non addirittura inaccettabili e non solo da qualche frangia dell’opinione pubblica!

Pensate che bello se i giudici potessero, nella loro comunque totale libertà di valutazione, applicare davvero la “giustizia” e non solo un corpo giurisprudenziale talmente complesso e contradditorio, in certi casi, da diventare caotico, imprevedibile, ingiusto.

Quando questo accade io mi sento tradito due volte: dallo Stato in un cui nato e cresciuto, e anche come essere umano che non può davvero essere soggetto alla volatilità di giudizi che pur nella correttezza giurisprudenziale sono del tutto contrari all’etica e al sentire comune, cioè alla “giustizia”.

Roberto Timelli

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