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La luce alla fine del tunnel

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Non vedo luce in fondo al tunnel.
E non mi riferisco alla crisi economica o politica. Mi preoccupa l’uomo.
A dire il vero ho anche qualche difficoltà a definire l’uomo in modo univoco. Non riesco a trovare un denominatore comune. O almeno io credo di essere diverso. Perché?

Non si tratta del mio pensiero in sé, ma dell’attività stessa del pensare.
Qualche anno fa una celebre campagna pubblicitaria di Apple esortava a pensare in modo diverso: think different, oggi al massimo ci si potrebbe accontentare di un: think something.
Sarà che io vivo di pensiero. Ne ho una necessità impellente. È così determinante per me, da non poter concepire la mia vita senza. Ma mi accorgo sempre più spesso di far parte di una ristretta cerchia di nostalgici.

Sembra proprio che l’attività del pensare sia stata relegata in un polveroso passato in cui ogni opinione necessitava di una riflessione critica ed una validazione faticosa, fatta di rigore logico.
Oggi non serve pensare, non ce n’è bisogno. Tuttalpiù, se sei fortunato, arrivi a scegliere fra opinioni preconfezionate pronte all’uso.
E questo accade proprio nel momento in cui la tecnologia rende assai più facile di quanto non fosse in passato la generazione del proprio pensiero.
Non comprendo come sia possibile passare delle ore con in mano un oggetto dalle potenzialità mai raggiunte prima, ed utilizzarlo quasi esclusivamente come fonte di dopamina per drogati.
Mi riferisco in particolare all’uso dei social.
Oramai è sempre più evidente (e scientificamente provato) che l’attività sulle varie piattaforme ha come scopo la ricompensa di dopamina scatenata da un like o una condivisione.
La necessità di refill dell’autostima prescinde completamente dal contenuto, al punto che più l’argomento è scontato e popolare, e meglio assolve al proprio compito di incubatore di like. Per la verità sono anche in pochi a prendersi la briga di scrivere a qualcosa, condividendo semplicemente qualche citazione altrui. Nella migliore delle ipotesi si plana morbidamente sull’ovvio, in altri casi si cavalca la rabbia, e il più delle volte vince semplicemente qualche tenero micetto.
Nulla di male, (io adoro i gatti) se non fosse che la ricerca della dose di dopamina giornaliera sta diventando l’ utilità predominante, per uno strumento che in sé potrebbe essere davvero stupefacente (non ho scelto l’aggettivo a caso).

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Mi sono accorto di questo durante il periodo di reclusione da Covid. Potendo dedicare più tempo alla scrittura e alla lettura ho voluto fare un piccolo esperimento su Facebook. È nato tutto per caso, parlando con un mio carissimo amico, grazie al quale i miei semi di inquietudine trovano terreno fertile, ma soprattutto grazie alla sua prodigiosa maestria nel potare i ragionamenti che da quel terreno germogliano. Con lui abbiamo più volte affrontato l’argomento dei contenuti nei vari post che si susseguono sul noto social network, e ci siamo dati una missione: provare a condurre gli utenti comuni su un livello di interazione più alto.
Presuntuosi. Chi crediamo di essere?


Vero. Molto vero. Ma era a fin di bene e non avremmo certo fatto peggio di altri.
Così ci siamo inseriti in alcune “discussioni” che abbiamo scoperto ben presto essere finte. Finte perché di fatto quasi nessuno scrive su FB per farsi, o ricevere un’opinione, ma per difendere la propria, che spesso è presa in prestito da altri. Insomma nessuno vuole il confronto ma solo una pacca sulla spalla.
È stato molto istruttivo. Ho imparato che per accettare una qualsiasi verità devi prima averne avuto esperienza. Esattamente come non si può spiegare l’amore a chi non è mai stato innamorato, così non si può avere nostalgia di ciò che non si è mai vissuto. Se non hai esperienza su come formulare un’opinione, ma sei sempre stato abituato a sceglierne una preconfezionata, non ne sentirai alcun bisogno.
Qui ho capito perché mi sento diverso. Non mi riferisco all’attività di esporre un pensiero, ma a quella ben più importante di saperlo creare.


È stato illuminante vedere come fosse impossibile avere delle risposte soddisfacenti quando chiedevo di argomentare adeguatamente la propria posizione. Si capiva facilmente che si trattava proprio di questo: non un’opinione ma una posizione, con una seduta comoda. Poco importa che sia tua. Da lì non ti schioderà più nessuno. Non hai bisogno di sapere perché ci stai comodo, è un dato di fatto. E ciò ti basta.
Ma come non può esistere la morte prima della vita, non può esserci verità senza il dubbio.
Se manca l’attitudine alla navigazione nelle acque agitate del pensiero critico, l’unica opzione è rimanere ancorati al primo ormeggio sicuro. Non si corrono rischi, ma non si va da nessuna parte. Sarebbe come non nascere mai, per la paura di dover morire.
Ecco ciò che vedo, un’infinità di zombie che credono di essere vivi solo per il fatto di non essere morti ma che in fondo non hanno mai avuto neanche la voglia o il coraggio di nascere.

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