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Associazione Aziende Familiari: dov’è il “rilancio”?

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AIDAF,  Italian Family Business, è stata fondata nel 1997 da Alberto Falck e raggruppa oggi più di 200 aziende familiari (fra cui Agnelli, Amarelli, Bombassei, Falck, Garrone, Lavazza, Molteni, Moratti, Sella, Zambon) che  rappresentano il 15% circa del PIL del nostro Paese.

Col suo Presidente, Francesco Casoli, affrontiamo il delicato tema della cosiddetta “Fase 2” e delle prospettive economiche del Paese e delle imprese che ci lavorano.

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.Le aziende familiari, che cosa sono riuscite a cambiare nei 23 anni di vita dell’Aidaf e che cosa si propongono ora, dopo lo tsunami Coronavirus?

“Le aziende familiari hanno fatto tanto per il nostro Paese, in particolare sull’aspetto governance, ora devono cambiare dimensione, serve un cambio di passo. Devono crescere e guardare aldilà dei confini nazionali.”

Devono crescere perché “piccolo è bello” ha ormai fatto il suo tempo?

“Piccolo non è più bello.”

Torniamo alla quesitone del guardare oltre i nostri confini.

“Questi ultimi mesi hanno messo a nudo tante verità. Una su tutte. Da soli non siamo in grado di crescere. Potremo avere un futuro come industria italiana solo se la collegheremo a una rete internazionale anzitutto per esportare i prodotti.”

Di fatto tante nostre aziende campano proprio grazie all’export.

“Sì, ma vanno fatti più investimenti per essere in giro nel mondo. E poi come si diceva, bisogna avere dimensioni maggiori, spalle più larghe dando a coloro che le hanno anche il ruolo di capofila per aiutare le piccole aziende che fanno filiera.”

Dunque, è meglio avere il 30% di un’azienda grande che il 100% di una piccola…

“Rettifico: meglio avere il 30% di una grande che il 100% di un’azienda fallita. Perché è questo lo scenario. Noi come Aidaf cerchiamo di spingere perché le banche ci diano una mano, ma per gli imprenditori è arrivato il momento di condividere i risultati raggiunti. Bisogna allargare la base azionaria, abbiamo bisogno di famiglie allargate, di condivisioni più moderne: tutto questo è già stato fatto nel mondo anglosassone ed è fondamentale per fare il salto di quantità. Oggi il sistema filiera inizia a soffrire, chi è a capo di una filiera dovrà sostenere i costi di questa crisi.”

In 7 aziende familiari su 10 il management è espressione della famiglia. E’ una caratteristica o più realisticamente un’anomalia?

“Il problema non è chi gestisce l’azienda, ma come. Se il familiare è di altissimo livello va bene. Però tante aziende familiari italiane stanno capendo che si può avere un ottimo management esterno pur mantenendo a sé l’azienda. Le due cose sono compatibili. C’è chi è ancora legato al modello del vecchio padrone della ferriera. Però, lo ripeto, tante famiglie imprenditoriali hanno capito che è opportuno avere un buon Cda.”

Da 1 a 10, quante l’hanno capito?

“Quattro su dieci.”

Si paragona la pandemia alle guerre del Novecento anche in termini economici.

“Questa guerra è diversa da quelle precedenti. Durante i conflitti mondiali c’era una parte della popolazione che viveva un clima di sospensione ma non si rapportava alla guerra in modo diretto. Ora il Covid ha colpito tutti gli strati della popolazione, nessuno ne esce indenne. Una cosa che non si verifica da almeno un secolo. Ora dobbiamo abbassare l’ansia, far recuperare la fiducia. E questo lo si fa con la chiarezza nella comunicazione, con una grande maturità da parte di chi ci governa oltre di chi deve accettare le norme. Chi ci governa sta sottovalutando la capacità di ascolto dei cittadini. Dobbiamo recuperare una fiducia reciproca fra chi governa e i cittadini.”

Arriviamo al Decreto da 55 miliardi, 464 pagine e 260 articoli. Chi lo ha prodotto l’ha battezzato il ‘Decreto del rilancio’, ma chi lo recepisce lo considera come l’ennesima manovra assistenzialista.

“Lo ribattezzerei: decreto salvagente, non di rilancio. E il salvagente è importante in caso di tempesta. C’è tanta gente che soffre, quindi va bene il salvagente. Detto questo, non bisogna fermarsi. Il Governo non deve pensare che questo sia il Decreto del rilancio. Non c’è niente di strutturale. Come è possibile che i finanziamenti per Alitalia siano il doppio rispetto a quelli per la scuola? Noi il futuro lo costruiamo con la scuola. Per dire che i soldi vanno indirizzati verso gli investimenti che strutturalmente faranno crescere questo Paese. Investimenti sulle filiere. Investimenti per favorire l’aggregazione di cui parlavo.”

E comunque, le aziende stanno anticipando quello che lo Stato promette.

“Ora parlo come imprenditore, e non come presidente Aidaf. Noi imprenditori stiamo anticipando perché lo Stato è latitante. Siamo in un momento di grande imbarazzo. Non abbiamo il coraggio di dire che qualcuno ha sbagliato. Sembra che dobbiamo inchinarci e dire ‘bravi tutti’”.

Il Ponte Morandi è un miracolo irripetibile? Non potrebbe essere un modello e dunque messo a sistema?

“Il Ponte di Genova non è  né un modello né un miracolo, è la dimostrazione che c’è un sindaco capace, che viene da un sistema privato, è stato 12 anni negli Usa e ha capacità manageriali. Il sindaco Bucci non ha fatto nessun salto istituzionale, non ha usato leggi speciali, ha semplicemente usato le leggi vigenti in modo manageriale. Questo è un caso di procedure normali fatte applicare da una persona eccezionale. Bucci è bravo. Zaia è bravo. Hanno un passo e una visione diversa. Vorrei specificare che a noi imprenditori non interessa se il politico è di destra o di sinistra, basta che sappia governare!” (fonte Forbes-Anna Franini)

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