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Germania, ma quanto ci costi!

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La memoria corta di certi confratelli europei

Berlino, 9 novembre 1989: si sgretola la barriera di mattoni, filo spinato e nidi di mitragliatrice che dal 13 agosto 1961 aveva spezzato la città. Si apriva così  la lunga stagione, per la Germania socialista, della rincorsa per imitare e diventare uguale alla Germania dell’Ovest, democratica, capitalista, ricca.”*

All’inizio degli anni ‘90, i Länder della Ddr erano arretrati di decenni rispetto a quelli occidentali, per standard di vita, infrastrutture, capacità produttive, libertà di ricerca, innovazione, imprese capaci di stare sui mercati. Alla promessa di Kohl di elevare gli standard di vita al livello di quelli dell’Occidente seguirono i fatti: ed è proprio qui che iniziano parecchi guai. Con atto di generosità tutta politica, Kohl decise, contro il parere di quasi tutti gli economisti, di trasformare i marchi dell’Est in marchi dell’Ovest alla parità, quando i primi avevano un valore inferiore.”*

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“Nel giugno 1990, fu fondata la Treuhandstalt, alla quale fu dato il compito di ristrutturare 8.500 imprese di Stato della Ddr, con oltre quattro milioni di dipendenti. Furono privatizzate le caserme, le proprietà dei partiti, le case popolari, 2,4 milioni di ettari di terreni agricoli e foreste. In parallelo, partì un grande piano di infrastrutture che ha portato i Länder orientali ad avere strade, ferrovie, ponti, parchi, a rinnovare il 65% del patrimonio abitativo e all’eliminazione del 95% delle emissioni di anidride solforosa, delle quali la Ddr era il primo emettitore europeo.”*

*Il contributo dei capitali italiani

“Uno sforzo gigantesco, al quale hanno contribuito investimenti non solo tedeschi, attratti dalle opportunità create dalla riunificazione e dalla ricostruzione. Dal 1991 alla fine del ‘98 – secondo l’elaborazione su dati di fonte Bundesbank elaborati dall’economista Roberto Violi – affluirono verso la Germania investimenti esteri per 1.247 miliardi di euro. Di cui 371 miliardi provenienti dai Paesi che avrebbero poi costituito l’Unione monetaria.

Per quel che riguarda l’Italia, in quegli otto   anni   contribuì complessivamente con 39, 6 miliardi.”*

Il crollo dello Sme

“Va ricordato che una conseguenza della riunificazione fu la crisi del Sistema monetario europeo (Sme) del 1992, che colpì in particolare lira e sterlina. «L’alta domanda pubblica e privata di capitali – scrisse il famoso economista Hans-Werner Sinn a metà Anni Novanta – fece aumentare i tassi d’interesse tedeschi rispetto a quelli di altri Paesi, incrementò l’attrattività del marco tedesco come moneta d’investimento e creò una forte pressione affinché si apprezzasse».

Lo Sme, che stabiliva parità valutarie tra i Paesi europei, non resistette, il marco tedesco si rivalutò e la crisi politica che ne seguì diede una spinta decisiva alla moneta unica, già prevista nel Trattato di Maastricht del febbraio 1992. Le cancellerie europee, infatti, timorose della forza aumentata della Germania unita, avevano dato il via libera alla riunificazione proprio in cambio della rinuncia, da parte della Germania, alla sovranità monetaria.”*

Germania trent’anni dopo

“In questo quadro i Länder orientali affrontano la corsa per colmare il divario con quelli occidentali: il deutschmark diventato fortissimo, le ristrutturazioni aziendali e i salari aumentati non rispondono alla realtà sul terreno, dove ogni cinque posti di lavoro, quattro scompaiono. L’industria manifatturiera è sostituita dai trasferimenti pubblici e dai nuovi investimenti, i quali però impiegano tempo a ricostruire un’economia. Intanto inizia l’emigrazione: un milione e novecentomila persone se ne vanno da Est a Ovest, i piccoli centri e le campagne spesso si spopolano.”*

Le grandi imprese stanno sempre a Ovest

“Certo l’economia della ex Ddr non è mai stata così robusta, ma l’allineamento segna il passo. Ad esempio, a Est non ha il quartier generale nessuna delle trenta maggiori aziende tedesche quotate al Dax30. E delle 500 imprese più grandi della Germania, solo 37 sono basate nei Länder orientali, 17 se si esclude Berlino. Insomma il cuore economico tedesco continua a battere a Ovest. I due pezzi di Germania sono più simili, ma gli indicatori economici, sociali, culturali e politici raccontano che le differenze sono rimaste, nonostante l’enorme trasferimento di risorse.”*

Terreno fertile per la destra estrema

“È in questa situazione di chiaro e scuro che maturano le insofferenze e le differenze politiche: a Est, i partiti di estrema destra hanno raggiunto il 25% dei consensi.”

*Fonte Corriere della Sera, 28 ottobre 2019

(Milena Gabanelli e Danilo Taino)

Ed è anche in questa situazione di chiaro e scuro, diciamo noi, che si inquadra la crescente insofferenza tedesca rispetto all’allentamento del ‘rigore’ che potrebbe, appunto, alimentare ulteriori insofferenze e proteste da parte proprio di quella destra estrema, per ora controllata ma sempre un ‘sorvegliato speciale’ che non si fa scrupolo di evocare ricordi tragici non solo per la Germania ma per il mondo intero.

Ecco allora spiegarsi, forse e solo in parte, l’iniziativa (5 maggio 2020) della Corte costituzionale tedesca con una sentenza potenzialmente destabilizzante sulle possibilità dell’Europa di uscire dalla crisi del Coronavirus e di poter assorbire l’enorme mole di debito che questa emergenza metterà sul ‘piatto’: i giudici tedeschi danno tre mesi di tempo al Consiglio direttivo della UE per dimostrare che la Bce, mentre combatteva la deflazione ieri, e lo shock da lockdown oggi, non stia di fatto operando un finanziamento monetario ai Paesi ad alto debito.

La minaccia è fin troppo chiara: “altrimenti, la Bundesbank non potrà più parteciparvi”.

Alla fine, il nodo da sciogliere resta sempre lo stesso: se la Bce – usando l’espressione della presidente Christine Lagarde – sia qui per “chiudere gli spread” oppure no.

Detto questo, la Bce non dovrebbe avere grosse difficoltà a dimostrare di aver agito legittimamente con il ‘Pspp’, il programma di acquisti di debito pubblico varato da Mario Draghi nel 2015.

Il Consiglio direttivo, convocato appositamente, “prende nota” della decisione dei giudici ma ribadisce che la Bce “rimane impegnata a fare qualunque cosa necessaria, nel suo mandato”, per la stabilità nei prezzi ma anche perché questo obiettivo si realizzi in tutti i Paesi. E ricorda ai giudici tedeschi che “la Corte di giustizia dell’Unione europea, nel dicembre 2018, stabilì che la Bce agisce nel suo mandato“.

Senza entrare nel merito di aspetti tecnici che non possiamo né dobbiamo sviscerare in questa sede, e prendendo inoltre atto del commento del ministro dell’Economia Gualtieri, sicuro che “la sentenza non avrà alcuna conseguenza pratica”, va però detto subito che, intanto, lo spread italiano è balzato a 244 punti, se non altro perché la sentenza dei giudici tedeschi rischia di avere un impatto sull’operatività della Bce.

E non giova il fatto, riportato da fonti giornalistiche tedesche, che la cancelliera Angela Merkel avrebbe detto che i giudici hanno mostrato chiaramente alla Bce i suoi confini.

Che dire poi delle conseguenze istituzionali, visto che i giudici tedeschi hanno di fatto demandato proprio al loro Governo e al loro Parlamento il monitoraggio della Bce, aspetto davvero paradossale vista la storia tedesca cui abbiamo fatto brevemente cenno all’inizio dell’articolo riportando un importante e recente studio del Corriere della Sera.

Persino il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, si è sentito in dovere di ricordare che “la Bce è un’istituzione indipendente. La sua indipendenza è alla base della politica monetaria europea”.

C’è, infine, l’umiliazione, sul piano giuridico, inflitta alla Corte di giustizia europea, la cui sentenza del 2018 a favore della Bce è giudicata dai colleghi tedeschi “insostenibile”. Tanto da costringere un portavoce della Commissione Ue a riaffermare “il primato della legge europea, e il fatto che le decisioni della Corte europea sono vincolanti su tutte le corti nazionali”. 

Insomma, ‘forza’ e ‘prepotenza’ dovrebbero essere concetti e comportamenti assolutamente distinti e incompatibili in un contesto davvero “europeo”, soprattutto da parte di chi, in passato, ha abbondantemente usufruito di strumenti e di aggiustamenti finanziari che hanno di fatto scaricato, e in misura notevole, i costi della riunificazione tedesca sull’intera Europa.

E questo, aggiungiamo noi sottovoce, senza voler scusare o sottovalutare l’inaccettabile balbettio in ambito istituzionale ed economico della politica italiana…

Roberto Timelli

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