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Vedo gente che urla.

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No, non si tratta di un ingenuo errore di lessico. Dico che “vedo” gente che urla, non che la sento, perché non la ascolto neanche più.

Oramai è uno squallido teatrino in cui quello che conta è portare l’ennesima prova della propria ragione, scomodando presunti illuminati che fino al giorno prima si consideravano degli imbecilli.

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Vedo persone che citano personaggi di cui non hanno mai avuto stima, e talvolta nemmeno rispetto, solo perché allineati e pronti a schierarsi nella propria battaglia contro gli altri. Qui contano gli eserciti e si recluta chiunque sia disposto a combattere. Più ha la voce grossa e meglio è. 

Così diventano improvvisamente opinionisti anche le soubrette, i calciatori, i candidati premi Nobel (che come è noto non possono sapere di esserlo), l’avvocato che conosce a memoria la costituzione, la casalinga che sa cos’è una dichiarazione firmata, il medico obiettore che oltre all’aborto, è anche contro il veleno del vaccino, ed una miriade di paladini della libertà, o contro la libertà. 

C’è chi dice di aver letto dati di cui non conosce neanche l’esistenza, e chi quei dati li legge come vuole. 

Sono così schifato da tutto questo ciarpame, da lasciar perdere anche i contenuti quando, e se capita di trovarne.

Oramai la questione ha prevaricato i confini della dialettica inondando tutto.

Non è più una questione ideologica perché l’ideologia è figlia della lotta di classe, che oggi non esiste più. Non è certamente filosofica perché la gente ha smesso di farsi domande. Non è neppure logica. 

Oramai è solo il surrogato di una droga sintetica che procura endorfine. La necessità imprescindibile di sentirsi appartenenti ad un gruppo, esattamente come gli ultras di tifoserie opposte. 

Spesso la partita neanche la guardano. 

Non è certo uno spettacolo edificante, ma prenderne atto è doveroso.

Dire che è colpa degli altri è esattamente quello che farebbe il tifoso, quindi no. È colpa nostra. La società non sta mostrando il peggio di sé, sta mostrando tutta sé stessa.

Siamo esattamente questo. 

Un totale fallimento? 

No. Sta solo cambiando le foglie, nel bel mezzo di un autunno che pretende il suo sacrificio: e quelle foglie sono le nostre regole troppo fragili per resistere al prossimo inverno, e quindi cadono e muoiono. La società è un organismo che nasce, vive e muore, per poi rinascere ancora.

La morte è necessaria alla vita.

La necessità di nuove regole e l’incapacità di generarle, porterà alla nascita di nuove strutture sociali più adattate al nuovo ambiente. Si plasmeranno nuove coscienze, ma la velocità che ci ha imposto questo repentino autunno ci coglie impreparati e cerchiamo di restare aggrappati ad un ramo che non ci vuole più, perché non siamo più né indispensabili, né tantomeno utili alla sua sopravvivenza. 

Altre foglie nuove verranno, e con loro nuovi fiori.

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