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La sindrome del roditore!

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Mentre la nostra amata Terra, da Polo a Polo, sta tentando di far fronte ai cambiamenti climatici, anche violenti, indotti dall’uomo e dal suo cieco egoismo, quello del “tutto, qui e subito”, il Bel Paese e i suoi abitanti si stanno rendendo protagonisti di una modificazione sociale ed economica di portata epocale: da “buongustai lasagnofili e sugaioli” stiamo divenendo tutti, chi più chi meno, roditori.

Sarà colpa dei grassi saturi, celierà qualcuno, o forse, più probabilmente, dell’abbassamento della qualità della vita causato, così dicono, da crisi definite planetarie o, peggio ancora, da devastanti e irrefrenabili pandemie! Crisi, tuttavia, che sembrano trovare nel tessuto produttivo e finanziario italiano nicchie di persistenza e di virulenza senza fine, nel senso che le nostre lunghissime fasi di flessione economico-produttiva tendono a finire proprio quando iniziano nuovamente i cicli negativi di altri Paesi, soprattutto i Paesi importatori fondamentali per la nostra stabilità.

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Quale sia il risultato diventa così drammaticamente ovvio. Stante la strutturale dipendenza della nostra economia, basata su trasformazione ed esportazione, dal traino e dal benessere proprio di quei Paesi, ecco che, senza reale soluzione di continuità, finita una fase critica gelosamente nostra e solo nostra, entriamo a testa bassa e con la velocità del lampo nelle altrui crisi per svolgervi, come accade da molto tempo, il ruolo non proprio ambitissimo ed esaltante del perenne affannato, di chi cioè è intento a rincorrere a testa bassa e con poca lucidità l’evanescente e irraggiungibile chimera della “ripresa”.

Ecco, allora, fare capolino e acquisire sempre maggiore importanza una endemica, anche se non proprio esaltante, modalità socio-economica ben nota in Italia: quella, come dicevamo, del roditore che mordicchiando con pervicacia e assoluta determinazione tutto quello che trova, cerca di rimediare un pasto fra un facilitatore che non c’è (o che, se c’è, non sa che cosa facilitare), e un “nero” che non è, almeno in questo caso, il migrante africano di turno bensì il classico e mai dimenticato lavoretto all’italiana, alla fine del quale, come si dice, “una mano lava l’altra” e insieme uccellano il Paese.

Buona fortuna, Italia!

Roberto Timelli

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