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Il “Podio della Morte”: Perché l’Italia è il Paese più pericoloso per i ciclisti?

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I numeri non mentono, ma a volte urlano. E quelli che vedete in cima a questo articolo non sono semplici cifre: sono vite spezzate. Secondo le recenti statistiche sui decessi ogni cento milioni di chilometri percorsi in bicicletta, l’Italia svetta in una classifica dove nessuno vorrebbe mai stare. Con un indice di 5,1, superiamo quasi del doppio la Francia e siamo lontanissimi dallo 0,9 di paesi come i Paesi Bassi o la Danimarca.

Cosa ci dice questo dato? Che in Italia pedalare è un atto di coraggio, quando dovrebbe essere la normalità.

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La retorica del “rispetto” e la realtà del “chi se ne frega”

Si parla tanto di rispetto, di educazione stradale, di campagne di sensibilizzazione. Ma poi, la realtà quotidiana sull’asfalto è ben diversa.

Parliamoci chiaramente: che fine ha fatto la freccia? Quella piccola leva dietro il volante sembra essere diventata un optional di lusso o un oggetto misterioso troppo complicato da azionare. Indicare la propria direzione non è un favore che si fa agli altri, è la base della convivenza. Per un ciclista, sapere se l’auto che ha davanti sta per svoltare a destra può fare la differenza tra tornare a casa a cena o finire in un reparto di rianimazione.

E non è solo questione di pigrizia. C’è il problema, enorme e drammatico, di chi si mette alla guida dopo aver bevuto. La cultura del “ma sì, tanto reggo l’alcol” o “è solo un bicchiere” continua a mietere vittime. Una distrazione, un riflesso rallentato, e un’auto diventa un proiettile.

Il peso della responsabilità

Esiste un ritornello che sentiamo spesso: “Eh, ma i ciclisti sono indisciplinati, passano col rosso, stanno in mezzo alla strada”.

Diciamolo: è vero. Ci sono ciclisti che ignorano le regole e mettono a rischio se stessi e gli altri. L’inciviltà non ha targa. Ma c’è una differenza fondamentale che non possiamo ignorare: la responsabilità legata al mezzo.

Chi guida un veicolo a motore ha tra le mani una massa di metallo di oltre una tonnellata che può uccidere. Se un ciclista sbaglia, spesso paga con la propria pelle; se un automobilista sbaglia, distrugge la vita di qualcun altro restando quasi sempre illeso nell’abitacolo. Essere al comando di un potenziale strumento di morte richiede un surplus di attenzione, di pazienza e di umiltà che oggi, purtroppo, sembra scarseggiare.

Un cambio di rotta necessario

Non è solo questione di piste ciclabili (che mancano o sono ridicole), è questione di testa. In Danimarca o nei Paesi Bassi non hanno il DNA diverso dal nostro; hanno semplicemente capito che la strada è uno spazio condiviso, non una pista da guerra dove vince chi è più grosso e veloce.

Finché continueremo a considerare il ciclista come un “ostacolo” alla nostra fretta e non come una persona, quel 5,1 sulla tabella non scenderà mai. E il podio continuerà a essere occupato da bare, invece che da campioni.

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