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I nostri limiti? Noi stessi!

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Attorno al ventiquattresimo anno di età, fui convocato da un esponente della nota famiglia Terzi, un uomo colto e letterato che, a quel tempo, era manager di una importante casa editrice milanese. L’obbiettivo di quell’incontro era quello di confermare la mia assunzione come redattore nel settore librario.

Dopo una fase iniziale del colloquio, cordiale e amichevole senza però che uscisse mai da una forbita e ricercata formalità, Terzi mi disse che era d’accordo di avermi come collaboratore e che la mia destinazione sarebbe stata quella di occuparmi di una nuova collana libraria che la casa editrice stava per lanciare. Alla fine dell’incontro, ovviamente graditissimo da parte mia, mi chiese, quasi di sfuggita, come se si trattasse di una richiesta un po’ casuale e poco impegnativa, la disponibilità a fare un “mini-test” che in realtà, disse, era soprattutto un aiuto nei suoi confronti perché si trattava di un lavoro che avrebbe dovuto fare lui ma che non trovava mai il tempo per svolgerlo.

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Ovviamente risposi di sì e Terzi mi disse allora che cosa avrei dovuto fare:

“Le do questo libretto (circa 110 pagine), che tratta della evoluzione del movimento sindacale italiano con particolare riferimento alla classe operaia, di cui dovrei fare una sintesi. Vuole farla lei per me?”

“Certamente”, risposi. “Per quando ne ha bisogno?”, aggiunsi, accingendomi a lasciare il suo ufficio portando via con me il libretto in questione.

“Subito…”, replicò Terzi con un’aria un po’ sorniona e un po’ provocatoria.

“Si metta là, su quella poltrona in fondo al mio ufficio, intanto io sbrigo alcune faccende urgenti…”

Ebbi un assalto di panico: ma come, un libro, sia pure di modeste dimensioni, comunque di oltre 100 pagine, di argomento complesso e delicato da leggere/capire per farne una sintesi in un tempo brevissimo!

Facendo comunque appello a tutti i toni bassi e rassicuranti della mia voce, per non tradire l’incertezza che iniziava a pervadermi, risposi

“Oh, sì certo Dottore. Grazie. Se non la disturbo…!”

Assalii, letteralmente, quello ‘stramaledetto’ libretto come una furia, cercando di capire, sfogliandolo e leggendo qua e là frasi al volo e note a pie’ di pagina, che cosa diavolo volesse trasmettere ai suoi pochi (immagino) lettori. Buttai giù in fretta e furia qualche appunto sforzandomi di dare un senso compiuto a quello che stavo scrivendo, ma non era facile perché ogni successiva mini lettura volante ampliava e diversificava quello che già avevo scritto. Ma non potevo certo fare di quei miei appunti un cimitero di correzioni e di rimandi…

Dopo poco più di mezz’ora, che a me sembrò più breve di un baleno, il mio futuro Direttore Editoriale si rivolse a me e con aria da innocente manigoldo mi chiese

“Finito?”

Dio abbia pietà della mia anima e perdoni il nutrito e colorito elenco di insulti, rigorosamente mentali, che inviai a quello che vedevo come un “sadico aguzzino”.

“Qualcosa ho fatto, ma non è né completo né un’opera letteraria”, celiai fingendo una pacata autoironia che ero ben lungi dal possedere.

“Vede, Timelli,” iniziò allora a dirmi con tono grave e finalmente privo di quell’aria furbesca che faceva assomigliare il nostro colloquio al gioco del gatto col topo, “quello che vorrei trasmetterle in realtà è un concetto molto semplice ma poco applicato, perfino da parte di chi svolge attività sportive ad alto livello. Se lei corre, e si sforza di correre il più velocemente possibile, si accorgerà di riuscire a migliorarsi molto, fino a raggiungere un livello che sembrerà a lei, e anche a chi la osserva, il massimo, l’umanamente insuperabile! Ebbene, sia certo che non è così e che se lei si libererà della limitante convinzione che ‘di più non posso’, vedrà che sarà in grado di fare ancora meglio, e poi ancora meglio, e poi…”

Sono passati (sigh!) molti anni da allora, ma ho ancora dentro di me, forte e sferzante, quella sua proiezione e quell’insegnamento di vita:

“Più correrai forte e più ti accorgerai di poter correre ancora più forte, e più forte, e più forte…”

Diventammo, Terzi ed io, (quasi) amici ma le nostre strade si separarono molto presto e ebbi, successivamente, poche occasioni per incontralo ancora.

Tuttavia, quasi ogni giorno, mi torna alla mente, quando per me, o per altri che mi sono vicini, si ripropone l’angoscia dei limiti ‘invalicabili’ della vita e ritorno con riconoscenza e profonda convinzione a quel grande insegnamento

“L’unico vero limite alle varie ‘asticelle’ della nostra vita siamo noi stessi, con le nostre paure, le nostre pigrizie e, soprattutto, l’atavica resistenza a metterci in gioco per intero!”

Roberto Timelli

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